Pistacchi…scorrono roventi lungo una lingua di ferro
prendendo colore e forma alla luce del sole: tanto ammassati, quanto placidamente ordinati
ancora avvinghiati ai loro ramoscelli
ma pronti a farsi levigare dal fare sapiente di chi li conosce come le proprie mani.
Sento stridere gli antichi meccanismi, la tua mano li muove e li guida
stride il dente sulla ruota e tu sai, sicuro, che questo è affar tuo.
E non è pura tecnologia, ma esperienza tramandata di padre in figlio, che ha trovato nelle macchine agricole solo un piccolo aiuto, non un sostituto della propria saggezza.
Pistacchio…
color d’ambra come la tua terra…
aspro come la durezza del lavoro di chi ti ha prodotto con impegno e fervore
…ti apri all’altro…ma non lasci intravedere tutto…
bisogna romperti…guscio liscio di una durezza tutta sua…e solo allora ti concedi al gusto…
L’unione ti dà forza, schizzato di bianchi punti di natura…
ed uno è secco in mezzo a tanti…
si è dato per gli altri.
Disteso…ti perdo allo sguardo
fianco a fianco l’un con l’altro un tappeto di luci e ombre componi
…ti vedo irregolare…
chiuso e dischiuso…
sei di terra e di sole…
di piante che offrono riparo inframezzando l’ombra al sole rovente delle terre d’oriente.
Nel lavoro la forza della terra...raccogli ciò che hai piantato...e negli occhi scorgo tutta la durezza dell'uomo vissuto...
Curva la schiena…
impugna la vanga…
del gesto rituale sei il padrone….
i pistacchi asciugano sotto il sole grazie all’ordine che tu gli dai...protetto dalle mura che, solenni, è come se ti abbracciassero, immobili sfingi rurali.
Non fai mostra di te stesso….genuinamente posato lasci intuire chi sei…sorridente…
avvolto nei tuoi vestiti persiani, morbidi e soffusi come il cielo di notte.
Il volto arso dal sole, le tue mani sapienti muovono il cesto con cura quasi come se accompagnassero i pistacchi lungo la discesa…sotto gli occhi del padrone. Ma in fondo è come un padre.
E di padre in figlio…si tramandano ritmi e tradizioni.
Ti porto in sacchi bianchi…sono stanco…ma non arreso.
La schiena si piega, ma è esperta, mi accompagna nei movimenti senza dar peso allo sforzo.
È il mio lavoro, la mia terra, una strada segnata dalle ruote della fatica.
Ma sono orgoglioso…fiero, spossato e sereno.
Sono la mia terra, la mia storia, mi inerpico fra i rami che mi accolgono, lasciandosi accarezzare.
Nel tempo sono sospeso, nella piana di alberi disteso.
Riparo gli occhi dall’accecante luce solare…
e ti guardo sincero…affinché tu colga quello che sento.
C’è chi mi prende, e chi mi sorveglia
ed è rude il tuo bastone come lo sguardo di chi non teme confronto.
Non ti sfido, questo sono io.
Del conforto non ho bisogno, pianto la tenda nelle radici della mia terra come fosse una bandiera.
In fondo sono duro e levigato come loro, gli offro la mia compagnia e la mia difesa…pesté.
Ho finito…muovo, sinuosamente misteriosa,
lenti passi verso casa…la luce cala
e tu…
mi osservi come in attesa di un’altra me.
:testo_Andrea Ruffi